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il sogno della società apofatica · 2020-11-24 by mmzz

Alla radice dell’essere umani, e forse a differenziarci dagli altri animali sta l’estensione e l’efficacia della nostra capacità di previsione. Unita alla parola e all’uso estensivo di strumenti fa ciò che siamo, nel bene e nel male.
Come specie siamo caratterizzati dalla tensione costante alla previsione, al proiettare un’esperienza dell’essere vivi in una dimensione temporale futura, e dalla memoria, che ci lega costantemente alle esperienze passate.
Da queste deriviamo quanto ci serve a prevedere quanto ci capiterà in futuro.
Queste esperienze della coscienza sono forse una evoluzione del sogno, in cui l’inconscio esplora scenari, elabora esperienze, le proietta in una percezione “simulata” dall’interno.
Ma la previsione può avere due destini, uno al servizio del /desiderio/, l’altro al servizio della /paura/. Da una parte prevediamo eventi affinché accadano, dall’altra li prevediamo perché non accadano. La spinta è o libidica o ansiogena.
Dove investiamo la nostra intelligenza, la nostra capacità di controllo? In quale dei due destini?
Come società, oltre che come individui, siamo passati a temere più che desiderare.
Alcune generazioni precedenti alla nostra, fino agli anni ’90, si sono impegnate a desiderare e soddisfare appetiti formidabili (non necessariamente bassi, anzi!), ma dalla nostra generazione in poi prende maggior spazio la colpa e la paura che derivano dai danni che questi appetiti hanno creato: assieme alla vestigia del desiderio (prevalentemente nella forma del desiderio di consumo) si fa spazio la paura, il timore delle conseguenze di aver desiderato troppo e male.
Dalla minaccia nucleare in poi abbiamo vissuto nella paura e ad essa abbiamo asservito la nostra intelligenza, in essa abbiamo sognato; dalla distruzione industriale dell’ambiente in poi, viviamo nella colpa e nella paura della catastrofe ambientale, che dominerà i prossimi decenni.
Un segno di questa inversione è già stata registrata da Beck e Giddens con la “società del rischio”.
Ne vedo i segni in quella che chiamo /apofaticità/: come società ci definiamo più per quello che non siamo che per quello che siamo. La teologia apofatica definisce Dio al negativo, per quello che non si può dire di lui, e noi sempre di più cerchiamo di non essere qualcosa che ancora non sappiamo cos’è.
Da decenni siamo “post-“moderni: siamo a disagio nel definirci moderni ma non ancora sappiamo di essere qualcosa d’altro; i moderni sapevano bene cosa essere, cosa voler essere. Pensiamo di essere post-industriali, anche se questo significa il più delle volte che le fabbriche sono solo altrove.
Mangiamo, abitiamo, lavoriamo e comunichiamo con parole che definiscono l’importanza di ciò che non c’è, o meglio di ciò che è stato tolto: cibo no-ogm, senza-zucchero, senza-glutine, senza grassi, senza antiparassitari, senza antibiotici, senza coloranti; comunichiamo wire-less, paghiamo contact-less, ci ungiamo con creme senza parabeni, SLES, SLS e siliconi, tutte cose che non sappiamo nemmeno cosa siano; il lavoro è no-profit, non-governativo e paper-less, la fabbrica è lights-out, il trasporto driver-less, le nostre case sono passive.
Il nostro sogno, la nostra intelligenza, sono impegnati a demolire per paura il mondo che il desiderio di alcune generazioni ha creato…
Ma dov’è il sogno del nostro desiderio?

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Le app di tracciamento sono un'aringa rossa · 2020-04-25 by mmzz

La lingua inglese ha una bella espressione: “red herring”: l’aringa che cattura l’attenzione del segugio e lo distrae dalla preda. Fuor di metafora, un argomento apparentemente cogente che però distrae da altre questioni di maggiore importanza.

In questi mesi di grandi difficoltà, il soluzionismo digitale a cui ci eravamo abituati, per cui ogni inconveniente viene sciolto da una app e ogni difficoltà spianata da un apposito algoritmo, è fragorosamente caduto nel silenzio. Nulla di nuovo è apparso a salvarci, e come spesso accade quello che manca è più importante di quello che si vede, e quello che è mancato in questi tempi di contagio è il contributo delle gigantesche imprese Google, Apple, Facebook, Amazon (i “GAFA”) e tutte le altre, incluse una pletora di startup dalle quali ci eravamo abituati a trovare pronta promessa di risposta ad ogni problema.

Pur nel silenzio, dal COVID19 i giganti economici in questione si sono guadagnati una ulteriore cospicua fetta della nostra vita quotidiana: un buon numero dei già pochi resistenti rimasti con un telefono stupido hanno capitolato e comprato uno smartphone per mantenere un contatto visivo con le persone care e alimentare la propria ansia e bulimia di notizie, e tutto il nostro mondo passa ormai da un video.
Nonostante ciò, cosa hanno fatto i GAFA? Cosa hanno fatto le miracolose startup dalle quali ci aspettavamo di essere spinti in un mondo in cui l’intelligenza artificiale si sarebbe presa cura di quella umana?
Non hanno fatto nulla di più di ciò che ci si aspetta da altre grosse imprese: donato più o meno generosamente parte dei profitti, protetto i propri impiegati facendoli lavorare a casa, sostenuto alcune comunità e attivato progetti di ricerca, alcuni basati sull’impiego di dati e di algoritmi, eccetera. Ho controllato, per paura di essermi perso qualcosa, e potete farlo anche voi dalle loro pagine ufficiali su COVID:
- Google
- Apple
- Facebook
- Amazon

Solo una stella è apparsa nel buio siderale del soluzionismo digitale ai tempi del COVID, il progetto che ha finalmente ricollocato al loro posto di rango i protagonisti di ieri: la “soluzione” sono le varie forme di app di contact tracing, che promettono di farci sapere se abbiamo incrociato un contagiato. Prima fra tutte per rilevanza la partnership tra Google e Apple ed a seguire la lunga teoria di app nazionali, tutte sovranamente rispettose della privacy declinata nella lingua delle rispettive costituzioni.

Collettivamente, un branco di aringhe rosse che ci illudono che le tecnologie digitali stiano finalmente facendo qualcosa per salvarci: la “soluzione”.
Prima ancora di essere adottate, nonostante la correttezza formale dei progetti più seri, le varie forme di app sono giustamente criticate: a cominciare da chi la ha usata per primo , poi da diverse analisi tecniche , e infine da autorevoli professionisti del ramo . A quanto pare ci accingiamo a piantare i primi chiodi nella bara di una “soluzione” che morirà silenziosamente dopo una adozione modesta, ammesso che veda la luce. Infatti non tutti abboccano: un paese duramente colpito come il Belgio ha saggiamente deciso di non perder tempo a prenderla in considerazione e Israele ha già fatto marcia indietro .

Comunque vada, per il soluzionismo digitale sarà comunque un successo: se — come è probabile nonostante i sinceri sforzi dei colleghi tecnologi — l’app non mantenesse le promesse, ci saremo comunque convinti che le app vanno usate per salvare le nostre vite e ancora altri irriducibili cederanno, butteranno il telefonino stupido e comprato uno smarthpone. Vittoria!

E questa è l’aringa.
Ma cosa avremmo voluto vedere, o potuto vedere, per convincerci che il soluzionismo digitale offre qualcosa (che non siano semplici comodità) anche a chi non lo vende?

Ecco alcune notizie che avrei voluto mi stupissero da fine febbraio a questo 25 aprile, cosa che ahimè non è successa:
- Amazon, godendo della sua impareggiabile posizione di mercato, non si è limitata a frenare tempestivamente gli sciacalli più biechi e i pescecani razziatori, ma in accordo coi governi è riuscita a razionalizzare lo scambio mondiale dei beni più urgenti, in particolare respiratori, saturimetri, mascherine, reagenti e macchinari per esami PCR; ma soprattutto ha consentito di mantenerne equi i prezzi, seppure a rinunciando a sicuri e lauti profitti. In aggiunta i suoi algoritmi hanno mostrato non solo intelligenza, ma una autentica solidarietà per il genere umano, mobilitando gratuitamente la rete logistica per distribuire ciò che via via emergeva come necessario. Il cielo delle città più colpite si è oscurato di droni in servizio, risparmiando lo sfinimento e la salute dei corrieri umani.
- Apple e Google, unite a Facebook, grazie alla capillare conoscenza degli spostamenti delle persone e soprattutto per aver profilato e categorizzato i propri utenti, si sono mobilitate in una gara di solidarietà in tutto il globo per consentire a malati cronici, senza fissa dimora, persone isolate o ai tanti rimasti chiusi fuori dal proprio paese di trovare il necessario aiuto e supporto: surplus di supermercati e rifugi per i clochards; voli, hotel, alloggi e supporto consolare per gli sbandati; stock di mascherine e medicine salvavita per malati trapiantati e immundepressi; supporto domestico per i disabili.
Anche in questo caso, l’iniziativa solidale con i più bisognosi tra gli umani è venuto spontaneamente dalle intelligenze artificiali, che — mosse a sincera compassione per la sofferenza degli umani in maggior difficoltà — hanno convinto gli ostici responsabili marketing. Alcune di queste proposte, è vero, non sempre sono sempre state ben accolte, come quella della startup che voleva riempire di robot le corsie di ospedale per consentire ai familiari dei malati isolati di restare in telepresenza con i propri cari; ma altre hanno effettivamente salvato vite, salute e offerto serenità ad una umanità che ha incontrato nelle tecnologie digitali qualcosa di più del volto senza scrupoli del capitalismo della sorveglianza.
In certi casi si sono perfino sfiorate crisi politiche, come quando Twitter ha censurato gli sconsiderati suggerimenti sanitari del presidente Trump, che avrebbe altrimenti causato sicure morti .

Purtroppo questo mondo di soluzioni, quello che ci viene continuamente presentato in via ipotetica per farci accettare nuovi prodotti e futuri servizi, è rimasto nella mia fantasia. Proprio nel momento in cui si poteva legittimamente pretendere che il soluzionismo mantenesse la promessa di avere un ruolo serio nel risolvere problemi, si è improvvisamente eclissato.

Quello che resta concreto è che il soluzionismo digitale risolve piccoli problemi, a volte ne genera di grandi, promette e di solito non mantiene, ma in ogni caso genera profitti.
Le app di contact tracing non faranno eccezione, ma dopo questi duri tempi siamo abbastanza scaltri da capire quando ci viene sventolata davanti al naso un’aringa.

Lasciamola stare e chiediamo soluzioni vere a chi può offrirle: gli altri almeno a paghino le tasse.
Buon 25 aprile!

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Risposta ad Agamben -- macchine e no · 2020-04-19 by mmzz

Giorgio Agamben si pone una domanda semplicissima , ma storica e ineluttabile, che investe il nostro essere o non essere umani.

La domanda in forma sintetica è questa: “Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?”

Agamben articola il “crollo” in due parti:
1- Come abbiamo potuto accettare che degli esseri umani non soltanto morissero da soli, ma che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
Precisando la svolta storica con un riferimento mitologico nel quale è radicato il nostro senso di umanità: “cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi”. Cioè che per legge la pietas venisse bandita e, con l’evocazione delle fosse comuni, all’uomo succedesse un animale non umano.

2- Come abbiamo potuto accettare di “limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali la nostra libertà di movimento” al punto di “sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio”?

Quali sono le condizioni, si chiede Agamben, in cui smettiamo di vederci come umani per aver fatto, non fatto, o smesso di fare determinate cose? Pone gli accenti sulla storicità: un evento senza precedenti storici; sulla probabilità: rischio, possibilità del contagio; ed infine sulla responsabilità politica di tutti coloro che sono chiamati a tutelare la morale o la giustizia e che prestano silenzioso consenso senza sollevare obiezioni. La banalità del male evocata dalla “rettitudine” di Eichmann.

Credo che una parte della risposta a queste domande stia in un’altra domanda: “chi vediamo compiere i nostri atti, quando smettiamo di riconoscerci come umani?”: in questo preciso momento, nell’osservare silenziosi e attoniti le fosse comuni e le bare impilate col muletto, cosa vediamo se non vediamo più l’uomo?

In parte la risposta viene da Agamben quando si risponde e dice: “perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra”.

Questo è l’esito di un processo storico.
Dopo alcuni secoli di immersione in un mondo industriale, abbiamo nel profondo finalmente accettato di essere cose, cose che servono alla vera vita del pianeta, che non è quella naturale (qualsiasi cosa questo voglia dire) ma è di matrice industriale: siamo cose che solo attraverso altre cose industriali possono vivere. Il processo di reificazione del mondo naturale si è compiuto.
Con somma metafora industriale abbiamo trasformato questo pianeta in una astronave, /spaceship Earth/ diceva Buckminster Fuller (invitando a rispettarla, invero).
Un macchinismo, un marchingegno, un dispositivo che qualcuno, siccome può tecnicamente farlo, deve governare.
Noi ne siamo parte, e ubbidiamo ai suoi codici che descrivono, predicono e prescrivono il nostro comportamento. Come ci muoviamo, come ci muoveremo e come dovremo muoverci.
Chi o che cosa vediamo allora quei nostri atti che ci lasciano attoniti? Non più l’essere umano, l’uomo o la donna, ma una componente del sistema macchinale che questo pianeta è diventato.

Ma ci sono differenze tra persone e cose.
Una cosa non si ribella, al massimo funziona male.
Una cosa non ama, ma si riproduce.
Una cosa non mangia, ma si alimenta.
Una cosa non desidera, ma soddisfa un bisogno.
Una cosa non dubita, ma può sbagliare.
Una cosa non teme la morte, ma si preserva o se deve, si sacrifica.
Una cosa non va da qualche parte, ha solo una escursione di movimento.
Una cosa non ha libertà, solo delle tolleranze.
Una cosa non soffre, ma se le tolleranze sono sbagliate, non si adatta al contesto.
Una cosa non pensa, ma deve avere una logica.
La cosa non ha uno scopo, ha una sua funzione.
Una cosa non tenta, ha un’euristica.
Una cosa non si ammala, ma può malfunzionare.
Una cosa non muore, si smaltisce.

La nostra esperienza di persone viene sempre più descritta nei termini, con le metafore e le analogie originate dal mondo delle cose: ci raccontiamo come cose e piano piano smettiamo di essere umani.
Accettiamo di fare parte della macchina, e che la macchina faccia parte di noi.
Il nostro immaginario è dominato dalle macchine e dai sistemi macchinici di cui facciamo parte, ben descritti già da Illich e non ridotti negli anni.
Perciò accettiamo di essere distanziati per preservare la nostra integrità e accettiamo di essere di nuovo mobilitati perché il sistema produttivo lo richiede.
Non ci dobbiamo stupire se la libertà di movimento viene condizionata alle attività produttive e se il paladino della libertà di movimento ora è Confindustria.

Agamben si scaglia contro la “scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo”.
Quello che la scienza ci ha dato, come molte delle religioni, è una capacità di previsione, una intelligenza del futuro, di quello che ci accadrà, in conseguenza di ciò che abbiamo fatto.
In molte religioni, è l’alleanza con il potere che guasta questa intelligenza. E’ quando alla capacità di previsione non segue l’azione consequenziale, o segue una azione perversa.
Ad esempio S.Francesco predicava la povertà perché il Vangelo ammette alla Vita Eterna il povero e non l’avido, ma la Chiesa dei suoi tempi era avida e corrotta.
La scienza dei nostri tempi prevede da decenni il disastro ambientale e il rischio della diffusione fulminea e imparabile di epidemie in un mondo iperconnesso. Eppure l’azione politica non è consequenziale, anzi segue perversamente la direzione opposta e cerchiamo sempre la crescita.
L’azione empia è quella dominata dall’industria globalizzata che richiede un mondo iperconnesso e una scienza docile, come erano docili i papi e i curati di altri tempi (più o meno distanti)

Quali alternative?
Sarebbe consequenziale alla razionalità scientifica e alle previsioni che ne discendono riconoscere che il sistema industriale, oltre ad essere responsabile del disastro ambientale, aumenta anche i rischi sanitari, concentrando le persone e favorendo spostamenti a grande distanza.
Sarebbe consequenziale per una polis che onori la scienza, orientarsi verso una produzione sostenibile, su scala locale e equa.

Dopo i primi provvedimenti eccezionali il 24 marzo ho scritto: adesso che la politica torna sulla scena ci aspettiamo azioni politiche consequenziali alla eccezionalità del disastro ambientale.

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Migliore la sanità, maggiore la mortalità? · 2020-04-06 by mmzz

Questo articolo mette in rapporto la mortalità per COVID-19 con la qualità delle cure mediche disponibili a tutta la popolazione, misurate secondo lo HAQ Index
Lo HAQ-index misura una serie di variabili sanitarie in quasi 200 paesi per rilevare quanto cure mediche di qualità siano accessibili alla popolazione: sia qualità che accessibilità.

I risultati mettono in luce una associazione tra qualità e mortalità per COVID-19.

[…] the number of non-travel related COVID-19 cases seem to continuously increase in the HAQ-cohort of countries with higher medical standards. Further analyses demonstrate a significantly lower proportion of reported COVID-19 cases without travel history to China in countries with lower HAQ (HAQ I vs. HAQ II, posthoc p < 0.01). Our data indicate that countries with lower HAQ-index may either underreport COVID-19 cases or are unable to adequately detect them. Although our data may be incomplete and must be interpreted with caution, inconsistencies in reporting COVID-19 cases is a serious problem which might sabotage efforts to contain the virus.

L’articolo è stato pubblicato il 14 marzo e fa riferimento a dati fino al 18 febbraio e dunque parziali, ma questo grafico con dati aggiornati quotidianamente sembra confermare tendenzialmente l’associazione mortalità-HAQindex.

Migliori le cure mediche, maggiori i morti. Perchè?

I nessi causali possono essere più complessi di quelli esposti nell’articolo: non solo il fatto che non vengono rilevati o riferiti casi nei sistemi sanitari di minor qualità, ma anche che una sanità migliore porta a una popolazione vulnerabile maggiore (anziani o malati cronici), o maggiormente ospedalizzata.

L’Italia è al dodicesimo posto nell’indice HAQ, e al secondo o terzo posto per numero di vittime (sia assolue che relative alla popolazione).
La Spagna ci precede, sia per vittime che per HAQ index.

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Tecnologie della sorveglianza per limitare la diffusione del COVID19 · 2020-03-31 by mmzz

Da più parti si parla di modello Singapore o modello Nord-Corea per limitare il contagio da virus.
Si tratta di usare sistemi tecnologici per consentire di allertare i cittadini che siano entrati in contatto con persone risultate positive, così da concentrare i controlli e i confinamenti a persone effettivamente a rischio, risparmiando controlli inutili.

A prima vista queste soluzioni hanno delle attrattive: specie quelle che prevedono l’impiego di dispositivi personali che trasmettono in un raggio limitato un segnale con un codice univoco (UUID) e registrano localmente per alcuni giorni (ma non comunicano) gli UUID con i quali entrano in contatto. Tecnologie consolidate per ottenere questo scopo possono essere Bluetooth (presente in smartphone e braccialetti vari) o RFID (usati per tracciare le merci).

Nel caso qualcuno risultasse positivo, dovrebbe rilasciare la propria collezione di UUID, in modo che i rispettivi utenti possano essere avvisati di essere entrati in contatto con una persona a rischio, e prendere provvedimenti.

Le soluzioni basate sul GSM sono meno efficaci e più invasive, infatti tracciano tutta la mobilità delle persone e non tanto i contatti e poi ha delle limitazioni tecniche eccessive: al coperto, ad esempio in luoghi pubblici dove maggiore è la possibilità di contagio, il segnale da satellite è di solito assente.

L’introduzione di un dispositivo del genere ha diverse incognite, sia tecniche che soprattutto giuridiche e sociali.

Stiamo parlando di un dispositivo personale di tracciamento individuale: della mobilità (GPS) o dei contatti individuali (Bluetooth/RFID). Anche se i dati sono mantenuti sul dispositivo personale, anche se hanno una durata limitata, anche se la sua adozione è da prevedere inizialmente su base volontaria, l’efficacia della misura dipende dalla
sua adozione massiva e quindi da una triplice obbligatorietà: (1) che chiunque ne abbia uno e lo porti sempre con sé, (2) che sia obbligato a cedere i dati in caso di positività e (3) che non sia in grado di manomettere i dati, cancellando o inserendo contatti o alterando l’attività del BT.

Sul piano giuridico, come garantire il rispetto di questi obblighi? Con che tutele giuridiche? Che sanzioni devono accompagnarli? Amministrative? Penali?

Dovremo poi garantire che non avvengano abusi, come ad esempio il tracciamento per profilazione commerciale dei clienti in un negozio, pratica già diffusa via wifi e bluetooth dei telefoni cellulari.

Sappiamo che questa emergenza non finirà tra un mese, e che queste eventuali misure accettate in regime di emergenza e sotto la spinta della paura rimarranno molto a lungo e saranno potenzialmente estendibili ad altri contesti, seguendo le emergenze prossime venture.
Sappiamo anche che difficilmente si torna indietro. I provvedimenti antiterrorismo degli anni ’70 sono ancora in vigore, anche se sottoposti a referendum abrogativo: la paura spesso vince sulla libertà.

E una volta che avremo disponibili questi dati rinunceremo forse ad usarli per la lotta al terrorismo? E per la lotta alla mafia? Per la corruzione? Per l’evasione fiscale? E perché non per l’adulterio o il divieto di sosta? E per gli Stati che hanno “superato la democrazia” come sistema di governo, la lotta contro i nemici del popolo.

L’obbligo di tracciare la mobilità personale, o anche solo l’obbligo di rivelare la registrazione dei contatti individuali è una invasione pesante nella libertà individuale, che lascerei volentieri a nazioni diversamente democratiche, ed è per me impensabile che avvenga per decreto.

Il mio appello è che occorre rinunciare ad adottare soluzioni tecnologiche dall’impatto potenzialmente dirompente di cui non si anticipano gli effetti a lungo termine: abbiamo molti esempi che spesso creano più problemi di quanti ne risolvono.

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digiuno - pensieri dalla zona di interdizione/2 · 2020-03-08 by mmzz

digiuno /[lat. ieiūnus]. Periodo di astensione totale o parziale dagli alimenti – sia volontaria sia in osservanza di una prescrizione medica o di un precetto ecclesiastico – durante il quale l’organismo consuma i materiali nutritivi accumulati in precedenza/.

Quattordici giorni fa riflettevo su quello che il provvedimento di limitazione della libertà personale di movimento all’interno della Zona di interdizione avrebbe significato. Assieme alle considerazioni sul contagio stesso , cosa avrebbe comportato — soggettivamente, nella dimensione intima — il confinamento?
Sono giunto alla conclusione che si sarebbe trattato di un digiuno.

Dopo quattordici giorni ho compreso meglio quali sono le sue dimensioni.
Il digiuno è una scelta: come buona parte delle altre persone nella Zona, avrei potuto lasciare la Zona con maggiore o minore difficoltà, se lo avessi veramente voluto. Sia prima che la Zona fosse chiusa, sia dopo. Sia a piedi che forse anche in macchina. E ciò è dimostrato dai molti escursionisti entrati per sbaglio che chiedevano di uscire ai militari dei checkpoint. Se all’inizio del confinamento sono rimasto qui e se mi sono trattenuto è sostanzialmente per scelta.

In secondo luogo il digiuno è una astensione. Ad essere franco, devo precisare che il trovarmi qui prima dell’emergenza rispondeva già a un precedente bisogno di astensione dall’esposizione alla città, nato dalla considerazione che vivere o muoversi in città comporta l’essere esposti al desiderio degli altri. Cioè il desiderio altrui che io potrei esaudire: il “desiderio” delle merci di essere comprate, delle persone di essere guardate, ascoltate, ammirate o dominate, valutate in relazione ad altri. Vivere e muoversi in città espone ad una tale massa di desideri altrui che è difficile vedere il proprio; ovvero, in questo turbinio di desideri altrui è difficile sentire il proprio. Al contrario, un maggiore isolamento comporta essere più in contatto con il proprio desiderio, o anche con l’assenza di esso.

In terzo luogo il digiuno è l’accesso a una dimensione di necessità opposta alla libertà. Il mondo della natura (dal quale il virus proviene) è quello della necessità, dell’ananke a cui appartengono il bisogno di magiare, scaldarsi, spostarsi, incontrare persone con le quali scambiare, affrontare lo scorrere del tempo: i giorni, le stagioni, la vita.
Della città come luogo della libertà opposta alla necessità ha parlato lucidamente Hannah Arendt in Vita Activa riferendosi alla vita pubblica nella polis di Atene: da una parte la casa è il dominio della necessità, dall’altra la vita pubblica e sociale quello della libertà. L’uomo è libero solo dopo che ha sconfitto la necessità. La polis è emblema della nostra libertà, “essere liberi significava sia non essere soggetti alla necessità della vita o al comando di un altro sia non essere in una situazione di comando” dice Arendt. Il pericolo per la nostra salute e le restrizioni a cui siamo soggetti ci ricacciano da una parte nella necessità della sopravvivenza, e dall’altra nella sogezione al comando altrui. Ma al contrario degli ateniesi classici, noi cittadini abbiamo in buona parte perso ogni contatto immediato con la dimensione della necessità della vita: nelle città non lottiamo contro il freddo, la fame, la distanza. Nella città, e per chi non vive ai margini, il necessario è talmente garantito da essere in buona parte dato per scontato: in questo modo abbiamo in buona parte perso la percezione del valore della libertà (dalla necessità) come conquista.
Questa emergenza è un digiuno dalla città, il digiuno dalla libertà del cittadino, l’essere tuffati di nuovo nella necessità, è uno shock, ma possiamo servircene per recuperarne la radice. E di recuperare la radice, il senso, della polis, della vita politica, abbiamo un gran bisogno.

Ma la rinuncia principale, quella che ci costa di più, credo che sia quella che investe le abitudini. Tiziano Terzani in Un altro giro di giostra scrive:

Del digiunare si dice che i primi tre giorni siano i più difficili perché il corpo cerca disperatamente di fare quello è abituato. Al quarto giorno il corpo capisce, cambia ritmo e tutto diventa più facile.

Il digiuno e il confinamento rompono le abitudini, le routines. Le routines sono fonte di tranquillità, ma soprattutto generano efficienza: ci risparmiano un sacco di energia nel compiere scelte. Facciamo quello che abbiamo sempre fatto, così non dobbiamo fermarci a pensare a quello che occorre fare e in che ordine: se faccio sempre la stessa strada, non devo pensare ad ogni bivio o rotonda da che parte andare.
Ma ci sono dei momenti in cui le routines vanno rotte, le abitudini cambiate. E non è facile. Richiede energia, anche perchè le abitudini sono abiti, e gli abiti ci rivestono e dicono chi siamo. Cambiare abitudini può costarci l’identità, o pezzi di essa, e negoziare pezzi di identità è molto dispendioso.
Questo contagio, il confinamento e il digiuno che comporta cambierà molte routines, e ci costringerà a confrontarci con le identità che routines consolidate rappresentano.
Per esempio la paura di ammalarci ci farà stare più attenti al nostro corpo: faremo caso se il naso gocciola, se tossiamo, se abbiamo il fiato corto. Quale routine demoliremo? Quella di lavorare in qualsiasi condizione di salute non ci costringa a letto. Quali nuove routines useremo? Prenderemo delle misure di noi stessi, staremo attenti ai nostri limiti e agli altri. Cercheremo di attrezzarci per difendere la nostra salute, non solo di usare il nostro corpo per il lavoro.
Lo stesso riguardo possiamo averlo rispetto al lavoro, alla presenza fisica in luoghi di lavoro, agli spostamenti, i viaggi, di piacere o meno, le relazioni.

Cambiando scala, se vorremo ascoltarci, l’emergenza cambierà delle priorità anche per la collettività. E cambierà le routines collettive che ne derivano. Nel dover rispondere all’emergenza ci siamo accorti che la ricerca disperata dell’efficienza ha sacrificato la nostra resilienza: ci siamo irrigiditi a fare sempre meglio sempre la stessa cosa. Ma quello che abbiamo tagliato come spreco era proprio quel di più, la “scorta”, che ci serviva per affrontare la situazione anomala e imprevista: qualche medico in più rispetto a quelli strettamente indispensabili, qualche euro in più da spendere per il prodotto nazionale invece che quello ottenibile al massimo ribasso, qualche posto letto in più negli ospedali rispetto alla previsione della media stagionale.
In una parola, ci stiamo scontrando con il cambiamento di priorità, la routine del pensiero, che subdolamente si è infiltrato nel senso comune dominante dagli anni ’90: l’aziendalismo nella gestione della cosa pubblica, l’efficientismo spietato della compressione dei costi, magari sposato con la privatizzazione (che deve anche pagare profitto e dividendo).

Prima che il mondo fosse investito dall’emergenza climatica e da questo virus, sempre Terzani diceva:
.bq Gandhi nel suo mondo semplice, ma preciso e morale, lo aveva capito quando diceva: “La Terra ha abbastanza per il bisogno di tutti, ma non per l’ingordigia di tutti”
Grande sarebbe oggi l’economista che ripensasse l’intero sistema tenendo presente ciò di cui l’umanità ha davvero bisogno. E non solo dal punto di vista materiale.
Siccome il sistema non cambierà da sé, ognuno può contribuire a cambiarlo… digiunando, Basta rinunciare a una cosa oggi, a un’altra domani. Basta ridurre i cosiddetti bisogni di cui presto ci si accorge di non aver affatto bisogno. Questo sarebbe il modo di salvarsi. Questa è la vera libertà: non la libertà di scegliere, ma la libertà di essere. La libertà che conosceva bene Diogene che andava in giro per il mercato di Atene borbottando tra sé e sé: “guarda, guarda, quante cose di cui non ho bisogno!”
Quello di cui oggi abbiamo tutti bisogno è la fantasia per ripensare la nostra vita, per uscire dagli schemi, per non ripetere ciò che sappiamo essere sbagliato.

Possiamo superare questa emergenza approfittando dello sforzo che ci impone (per alcuni molto doloroso e costoso) per cambiare qualcosa o cercare ostinatamente di ritornare alle routines precedenti, alle identità precedenti, dichiaratamente e manifestamente fallimentari.
Possiamo riscoprire la libertà del cittadino ateniese che supera la necessità di sopravvivere in salute e si dedica alla cosa pubblica, o sforzarci ritornare alla libertà di individui-consumatori.

Questa crisi ci offre una opportunità di criticare le routines consolidate della società dei consumi di massa e cercare delle alternative. Ivan Illich ha fondato il suo sistema di critica della società industriale su una alternativa, che chiama società conviviale, nella quale vengono riformulati i rapporti tra strumento, individuo e società in modo che vengano privilegiate le intenzioni dell’uomo “austeramente anarchico”, esaltando la sua creatività e non la specializzazione dei compiti e la centralizzazione del potere. Illich (in La convivialità) scrive:

L’austerità non significa infatti isolamento o chiusura in se stessi. Per Aristotele come per Tommaso d’Aquino, è il fondamento dell’amicizia. Trattando del gioco ordinato e creatore, Tommaso definisce l’austerità come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali. L’austerità fa parte di una virtù più fragile, che la supera e la include, ed è la gioia, l’eutrapelia, l’amicizia.

Da questi primi giorni di digiuno ho capito che vi sono cose alle quali come Diogene posso rinunciare, e altre alle quali non sono disposto a rinunciare; ad esempio incontrare fisicamente le persone.
Possiamo ribellarci al digiuno oppure servircene per sondare il nostro desiderio — individuale e collettivo — e capire quali routines andranno conservate, quali demolite, quali costruite.

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contàgio - pensieri dalla zona di interdizione · 2020-02-24 by mmzz

Dal latino contàgio s. m. [dal lat. contagium, der. di contingĕre «toccare, essere a contatto, contaminare», comp. di con- e tangĕre «toccare»]”.
In un sistema il contagio rappresenta l’introduzione di codici alieni, dagli effetti ignoti.
Il codice interno al sistema descrive le possibili relazioni tra i suoi componenti e con l’esterno: in una parola la sua organizzazione. Seleziona le forme possibili ed esclude le forme non lecite. Stabilisce quale sia l’ordine ammesso e quale sia quello non ammesso.
Nel sistema della cellula, il DNA custodito nel nucleo e l’RNA rappresentano tale ordine ed assieme al codice epigenetico, descrivono, prescrivono e predicono il comportamento della cellula stessa: la sua risposta a fattori esterni, il suo funzionamento. Un contagio, come quello di un virus, introduce un codice nuovo, quindi comportamenti ignoti che propagati a tutto l’organismo possono anche ucciderlo. Quello che viene veicolato dal virus non è solo un messaggio, è un codice, cioè un messaggio che è in grado di alterare il comportamento del sistema che lo riceve. Entra come se fosse un messaggio qualsiasi, ma è capace di provocare profondi mutamenti nell’identità della cellula.

Anche nei sistemi sociali gli individui si scambiano codici attraverso comportamenti, segnali e messaggi, e sono quindi possibili dei contagi. Ogni comportamento nuovo può innescare emulazioni, ogni messaggio nuovo può essere replicato ed influenzare altri individui inducendo comportamenti analoghi.
Un film o un libro che ci induce ad identificarci con un personaggio i cui comportamenti sono innovativi (che siano censurati o meno dalla società), può trasmettere un codice, oltre al semplice messaggio. Dopo aver ricevuto il messagio, questo può indurci a comportarci come il personaggio, o a considerare ammissibile un comportamento che prima non avremmo ammesso.

Contagi massivi sono eventi critici (nel senso di crisi, frontiera tra un prima e un dopo) che possono far cambiare comportamenti a milioni di persone, a intere società. Le guerre mondiali, per esempio, vengono indicate dagli storici come eventi che hanno cambiato profondamente la posizione della donna nel sistema delle società occidentali. Il ruolo paritario svolto nello sforzo bellico e di resistenza ha rappresentato un codice innovativo, una frattura rispetto ai codici patriarcali precedenti, già attaccati e indeboliti culturalmente.

Quale contagio stiamo vivendo in questi giorni? Accanto a quello del virus vediamo quello dei comportamenti.
Codici espliciti e manifesti, come quelli delle leggi che prescrivono e vietano comportamenti e minacciano sanzioni, e codici di comportamenti impliciti, taciti, dei quali vediamo appena il manifestarsi.
Viviamo in una società che già si interroga sul senso di una estrema mobilità per lavoro e turismo, ma che non trova il coraggio di cambiare: mancano i codici alternativi. Ma nella crisi passiamo da un momento in cui tutti possono viaggiare ovunque a un momento in cui spostarsi è addirittura probibito. Passiamo da un mondo che ha appaltato alla Cina tutta la produzione (e l’inquinamento) a un mondo che si trova senza merci.
Questo virus introduce comportamenti critici, nel senso che criticano, e introducono una cesura, verso il passato. Forse, una volta superato il virus, torneremo indietro, ma forse no.

Ma c’è un altro codice che è cambiato improvvisamente: grazie alla improvvisa impennata della paura ben alimentata dai media, accettiamo inaudite limitazioni alla libertà personale. Accettiamo cordoni sanitari e scenari da film autoritari degli anni ’70 (ricordate Cassandra Crossing?). Anche questo introduce comportamenti. Sia comportamenti di sottomissione da parte della cittadinanza impaurita, sia comportamenti autoritari da parte politica. Ma passata l’emergenza sanitaria i cui i rischi sono in buona parte ignoti, sapranno i politici prendere decisioni altrettanto forti per proteggere i nostri territori dal rischio ben più concreto e tangibile dell’emergenza climatica?

Assieme al DNA del virus, nuovi codici sociali vengono introdotti ed in parte anche accettati. Questi codici descrivono, prescrivono e predicono il futuro comportamento dei cittadini e della politica nei confronti delle emergenze.
Nell’emergenza sanitaria lottiamo anche a costo di provvedimenti pesanti nei confronti dei cittadini, provvedimenti “che mai avremmo voluto prendere”. Bene, prendiamo atto, ma non dimenticheremo che sono stati presi, sapremo che possono essere presi. Di fronte all’emergenza climatica prossima ventura e alla disuguaglianza sociale rampante, superato il virus pretenderemo che vengano presi provvedimenti altrettanto forti.
Anche i vostri comportamenti saranno contagiosi.

Aggiornamenti: Sono apparsi un paio di articoli che vanno nella stessa direzione di quanto scritto sopra.

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Il pregiudizio delle macchine e la fisiognomica machine learned · 2016-11-26 by mmzz

Vediamo sempre più diffuso l’impiego del machine learning (ML).
Uno degli impieghi più recenti è nella lotta contro il crimine.
Nel film Minority Report non sono macchine, o perlomeno non solo macchine, a combattere il crimine prima che accada. Ci sono i precog, in grado di vedere brevemente nel futuro.
P.K.Dick ci da questa spiegazione – fantascientifica— del funzionamento della squadra pre-crimine.

Il machine learning non ci da spiegazioni scientifiche di come funziona una previsione.
Costruisce un modello sulla base di algoritmi e voluminosi insiemi di dati dai quali “impara” quali sono i fattori rilevanti. L’umano può confermare i risultati giusti e rafforzare l’apprendimento.

Ad esempio questo articolo: Automated Inference on Criminality using Face Images, dichiara che, a partire da un insieme di fotografie omogenee prese in pari numero tra persone condannate per gravi reati e incensurati, la macchina ha appreso come distinguere le persone appartenenti ai due gruppi, e di conseguenza è ora in grado di inferire correttamente, a partire da una fotografia, a quale dei due gruppi una persona appartiene.
Questo consentirebbe di identificare eventuali “tratti innati” del criminale senza alcun “pregiudizio” dovuto a “past experience, race, religion, political doctrine, gender, age” (p.2) e in assenza di fatica, privazione dal sonno, o cattiva alimentazione. Tutte cose che capitano agli umani, ma non alle macchine, che quindi sono “oggettive” e sono in grado di identificare i tratti innati nascosti nelle più “delicate caratteristiche” del volto.

Pensavamo che la fisiognomica e le dottrine del darwinismo sociale fossero morte e sepolte, ma sono pronte a resuscitare dietro la presunta neutralità dello strumento tecnologico.

Vi è una pericolosa seduzione antiscientifica dietro il machine learning, che avevo già messo in evidenza in una critica di certi procedimenti statistici “black box” che compivano inferenze saltando ogni processo esplicativo.
All’epoca (2003) dimostrammo , con MC Martini che il segno politico dei parlamentari italiani era associabile a quello zodiacale in modo statisticamente significativo.
La seduzione è quella di saltare il processo esplicativo, la spiegazione, del perché il fenomeno può essere descritto in un certo modo.

Nel caso in questione nessuno sente il bisogno di capire perché le foto dei detenuti/pregiudicati e quelle degli incensurati liberi risultino diverse.
Il problema che vi è il rischio che qualcuno sia sedotto della “oggettività” e “scientificità” del procedimento offerto dal machine learning e adottare il modello “fisiognomico” correndo il rischio di rafforzare le cause (che restano ignote) per cui (forse) il modello funziona.
Certamente nessuno verrà incriminato in base alla foto sul passaporto, ma le implicite previsioni fatte seguendo il modello descrittivo contribuiranno ulteriormente alla costruzione del criminale prima che questo abbia mai commesso un crimine.
E’ la famosa profezia che si autoavvera di Robert K. Merton.
Certo, si può dire che questi comportamenti discriminanti non sono una novità: la diffidenza verso certi “brutti ceffi” o persone con segni visibili di una certa appartenenza sociale o etnica… Banalmente: pregiudizio.

Potremmo dire che il machine learning rappresenta l’automazione del progiudizio.

Il ML non richiede un modello che sia esplicativo di nessi causali, tuttavia produce un modello descrittivo (ma opaco), usabile come modello predittivo e una possibile pericolosa conseguenza è che
finisca per diventare prescrittivo.

Prima di adottare modelli ML in contesti socialmente rilevanti che possano avere conseguenze per i cittadini sarebbe ragionevole pretendere che i nessi causali dietro al modello vengano esplicitati e validati.
Altrimenti qualsiasi scelta che si appoggi sul modello dovrebbe essere deprecata.

Se non mi spieghi perchè la macchina decide, in base a quali variabili, non posso accettare di piegare il mio giudizio al suo pregiudizio.

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Monopoli e architettura della rete · 2016-06-04 by mmzz

A favorire i monopoli non sono solo le regole del mercato (o l’assenza di esse), ma anche l’attuale architettura della rete (o l’assenza di essa).
Non voglio fare il nostalgico, ma Internet è cambiata molto, e non per il meglio.

Se invece di avere già SMTP lasciassimo il servizio di email al mercato, nel contesto competitivo di oggi, cosa avremmo?
Quattro/cinque operatori, ciascuno con applicazioni verticali non interoperabili: uno per Apple/iPhone, uno per Google/Android, uno di IBM, eccetera.
L’utente sarebbe un captive customer e dovrebbe avere una casella email per ciascuno per poter scrivere a tutti.
Esattamente come negli anni ’80: avevamo i servizi mail di SNA, BitNET, DECNET, Fidonet, OSI X.400, uucp, …
Tutte cose sbaragliate da TCP/IP+SMTP, non perchè fosse tecnicamente superiore, ma perché era open e interoperabile.
Adesso, se voglio spedire posta, devo rispettare RFC 821 e successivi, e il modello di business è cosa che riguarda me e i miei utenti.
Ci guadagno, ci perdo? Basta che rispetti lo standard. Se mi comporto male l’utente se ne va da un’altro e la concorrenza è fatta, perché l’utente può scegliere.
Nessun regolatore deve intervenire, perché l’architettura favorisce il pluralismo nel mercato.

Se avessimo sviluppato i social network come abbiamo fatto con IP, TCP, SMTP, HTTP invece che farne una applicazione Web, ora ci sarebbe una famiglia di protocolli ai quale tutti si devono attenere per scambiare messaggi personali.
Poi ci sarebbero diverse applicazioni o piattaforme che li archiviano e presentano più o meno bene e che competono per servizi aggiuntivi: ci sarebbero piattaforme open, quelle a pagamento, quelle che fanno advertising.
L’utente sceglie.
(Toh, guarda, il protocollo esisterebbe, si chiama XMPP ed è decentralizzato.)

Lo stesso per le piattaforme cooperative: dovrebbe esistere un protocollo che consente il brokeraggio di un qualcosa, inclusa la valutazione di reputazione, l’interfaccia con i circuiti di scambio monetario e quant’altro serve.
Ci sarebbero una pluralità di “piattaforme”: alcune sarebbero locali, altre globali, alcune generaliste, altre specializzate.
Queste IMHO sarebbero infrastrutture al servizio dell’economia.

L’architettura originaria di Internet favoriva la concorrenza perché centrata su protocolli interoperabili tra diverse applicazioni, tipicamente decentrate, e non su applicazioni verticali centralizzate.
Oggi gli RFC sembrano fermi, tutti cercano di sviluppare applicazioni proprietarie o al massimo li usano come base per servizi proprietari.
L’espressione moto efficace usata da Moxie Marlinspike è cannibalizing a federated application-layer protocol into a centralized service, ed è a suo dire una ricetta sicura per il successo.

Avrà ragione, ma il risultato generale dell’approccio verticale centralizzatore è la corsa al monopolio.
Chi ci perde: tutti. Chi ci guadagna: chi vince. Chi può tentare di vincere: chi è già in vantaggio.
Questo ha una scia di conseguenze sugli utenti, a partire dall’assenza di scelta, passando per il lock-in fino ai problemi con i dati personali, di cui stiamo cominciando a vedere oggi l’inizio.

Regolare questo significa entrare nel merito delle tecnologie intervenendo nell’architettura delle infrastrutture della rete.
Non con le leggi, ma sviluppando protocolli e programmi migliori, aperti, interoperabili possano offrire una alternativa agli utenti delle piattaforme e creino un vero mercato.

L’UE potrebbe favorire un processo di sviluppo di infrastrutture competitive, non accettare le architetture che centralizzano e cannibalizzano Internet.

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Festa Della Repubblica · 2016-06-02 by mmzz


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