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Siamo piccioni o canarini? · 2022-06-14 by mmzz

Nel libro “ The Age of Surveillance Capitalism Shoshanna Zuboff sono presenti due tipi di uccelli: i piccioni e i canarini.

I piccioni (ma anche scimmie e bambini) sono quelli di Skinner, animali sempre affamati e rinchiusi in gabbiette munite di dispositivi che gli permettevano di controllare l’erogazione di cibo e compiere gli esperimenti sui quali si è fondato il comportamentismo psicologico, la teoria che spiega il comportamento umano ed animale in termini di stimoli fisici, risposte, apprendimenti. Le gabbiette permettevano di condizionare il piccione in modo che tramite programmi di rinforzo (schedules of reinforcement, Operant conditioning) si fissassero comportamenti in risposta all’erogazione di cibo e segnali di altro genere. Ad esempio se il piccione affamato vede il cartello “TURN” e riceve del cibo dopo essersi girato (ma non ogni volta — rinforzo intermittente) si ottiene il condizionamento più efficace per far girare il piccione (dando poi l’impressione che sappia leggere).
Il programma di ricerca di Skinner (ma anche quello dei suoi predecessori (Pavlov, Thorndike, Watson) era apertamente mirato a condizionare il comportamento umano. Per Skinner, il condizionamento è una necessità politica e sociale: “The intentional design of a culture and the control of human behavior it implies are essential if the human species is to continue to develop”. (Beyond freedom p.176).
I lavori di Skinner (Cognition, Creativity and Behavior – The Columban Simulations) nati sugli animali si applicano a spiegare il comportamento umano: ad esempio i ludopatici davanti alle slot machines si comportano come i suoi piccioni affamati chiusi in scatola e nutriti da macchine. Da ciò Skinner conclude che non esiste libero arbitrio. Al dilà delle considerazioni filosofiche sulla libertà, sarei portato più modestamente a concludere che fame, dipendenza, solitudine e il dover interagire unicamente con macchine rende umani e piccioni ugualmente prevedibili.
Oltre a spiegare il comportamento, il codice escogitato da Skinner consente di manipolarlo attraverso il controllo dell’ambiente. E’ come il “petit monde a signaux” il piccolo mondo di segnali della prigione panottica settecentesca di “Sorvegliare e Punire” descritta da Foucault, ma senza l’aspetto disciplinare. Per Foucault, “Du mâitre de discipline à celui qui lui est soumis, le rapport est de signalisation: il s’agit non de comprendre l’injonction, mais de percevoir de signal, d’y réagir aussitôt, selon un code plus ou moins artificiel établi a l’avance. Placer le corps dans un petit monde de signaux à chaqun desquels est attachee una réponse obligée” . Citando l’architetto di prigioni Lucas: “nella pietra sta l’intelligenza della disciplina”. Prigione foucaultiana e gabbia skinneriana hanno in comune il condizionamento del comportamento attraverso l’architettura dei segnali incorporati nell’ambiente: nei due casi, si basano su una semiotica del controllo.

La Zuboff denuncia il modo in cui queste ricerche sono passate dall’analisi del comportamento all’ingegneria industriale del comportamento nel milieu digitale, e riporta un frammento di intervista con un ingegnere capo di una compagnia “molto ammirata” della Silicon Valley, che riferisce: «The goal of everything we do is to change people’s actual behavior at scale. […] When people use our app, we can capture their behaviors and identify good and bad [ones]. Then we develop “treatments” or “data pellets” that select good behaviors. We can test how actionable our cues are for them and how profitable certain behaviors are for us.» (Zuboff 2019, p.280).
Nel capitalismo della sorveglianza, la gabbia non è più un luogo fisico nel quale il soggetto è confinato in modo da potergli somministrare i segnali che servono per condizionare il suo comportamento. La gabbia (o la prigione) non servono, perché è il soggetto stesso ad auto-somministrarsi i segnali, in questo caso con una app. Lo scopo non è più quello di condizionare il piccione per guidare una bomba sul bersaglio, ma è quello di erogare “dati azionabili” che selezionano comportamenti che alla fine generano profitto. E farlo “in scala”, cioè non su singolo individui, ma su gruppi di persone definiti proprio dalla loro propensione a rispondere a certe classi di stimoli.
Possiamo solo immaginare il grado di controllo che possono esercitare i segnali erogati in ambienti chiusi come quelli della realtà virtuale, in cui tutto il sensorium è generato dalla macchina che deve soddisfare la nostra vasta fame di stimoli.

Il secondo tipo di uccelli sono i canarini. In particolare quelli che i minatori usavano portare in miniera: erano i primi a svenire in presenza di gas tossici: se il canarino non canta o sviene, vuol dire che tra poco sverranno e moriranno anche gli esseri umani. Non sappiamo quante vite umane abbiano salvato i canarini, ma la gratitudine dei minatori per questi piccoli uccelli deve essere grande. La Zuboff ci dice: nel nostro mondo i canarini nella miniera sono i bambini, i giovani e gli artisti. Sono quelli che segnalano con la loro sofferenza quando le cose non vanno bene, e che le raccontano con le loro emozioni: “narrating the mental and emotional milieu of life in an instrumentarian society with its architectures of behavioral control, social pressure, and asymmetrical power” (p. 417).
Anche se non approfondisce molto questo aspetto e si limita a lanciare questo paragone e qualche esempio di artisti che denunciano la società della sorveglianza digitale, la metafora ispira e merita di essere approfondita.
L’arte può essere consolatoria e tranquillizzante o provocatoria e disturbante. Quella dell’artista-canarino tende ad essere del secondo tipo. Ad esempio le opere di diversi artisti (come Bansky, Geltner, Wagenknecht) con una sovrabbondanza di telecamere puntate su soggetti innocenti, o lo spione di Bansky che ascolta le conversazioni della cabina telefonica pubblica esaltano la sproprozione tipica della distopia tecnologica tra i mezzi dell’architettura della sorveglianza e la banalità dei gesti quotidiani che minaccia.
Le foto di Igor Tveltkov (“your face is big data”) che riprendono la stessa persona, prima in un contesto anonimo pubblico e poi reidentificate nei social con i motori di riconoscimento facciale di aprono al perturbante, alla perdita della sicurezza data dalla violazione delle regole appropriate ad ogni contesto.
Simon Weckert carica 99 smartphone in un carretto che porta a mano in strade prive di traffico a Berlino. Sono deserte perché gli automobilisti seguono Google maps ed evitano l’ingorgo che Google crede di vedere da quell’ammasso che procede a passo d’uomo. Performance artistica geniale che sconfina nello hack, nella manipolazione che smaschera il manipolatore.

Questi progetti artistici servono forse a chi li crea a sentirsi almeno parzialmente vendicato di un disagio o di una ingiustizia (almeno, credo che io mi sentirei così), a ma al resto dei minatori nella miniera servono a rendere manifesta la mancanza di innocenza di quelli che abbiamo pensato essere “solo strumenti” privi di intenzioni politiche, spogli di ideologie e al contrario portatori di “soluzioni”. Come per quasi tutte le soluzioni industriali, solo a distanza di anni ci si è accorti del loro impatto. Incluse quelle nucleari: si veda la retorica del benevolent atom negli anni ’50, invocato come sostituto della dinamite in qualsiasi cantiere e chiamato a rimpiazzare il petrolio in ogni motore.
Le fotografie di Antoine Geiger in cui i volti delle persone si fondono con gli schermi dei cellulari denunciano la deformazione antropologica di cui siamo ormai vittime: i volti e lo sguardo sono scomparsi dal mondo, sono catturati da una macchina che sembra succhiare l’anima.

L’artista-canarino soffre, patisce come individuo quello che gli altri patiscono, ma traduce il suo disagio in segnali che interferiscono con quelli del mondo-a-segnali progettato per condizionare il comportamento, e introduce esattamente quello manca: la consapevolezza dell’esistenza di un ambiente-macchina che risponde ad una intenzione di controllo.
Molti di questi artisti sembrano proporre una contro-semiosi, o una semiotica alternativa a quella del controllo: mentre la tecnologia cerca sempre di sprofondare nell’ambiente, di nascondersi nella tappezzeria, di scomparire, queste opere fanno l’opposto: evidenziano, enfatizzano, esagerano, strappano la tappezzeria e mostrano il meccanismo che vi è nascosto.

I canarini ci liberano dalla miniera? No. Ma se teniamo gli occhi aperti, guardando il canarino possiamo capire che è giunto il momento di venirne fuori.