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Obama su big Tech · 2022-04-23 by mmzz

In una keynote address a Stanford University, nel contesto del convegno “Challenges to Democracy in the Digital Information Realm”, l’ex-presidente Barack Obama ha voluto affrontare le sfide della tecnologia alla democrazia, e mostrare quello che crede essere il percorso per superarle.

Questo passaggio mi ha colpito:

We do expect these companies to affirm the importance of our democratic institutions, not dismiss them, and to work to find the right combination of regulation and industry standards that will make democracy stronger. And because companies recognize the often dangerous relationship between social media, nationalism, domestic hate groups, they do need to engage with vulnerable populations about how to put better safeguards in place to protect minority populations, ethnic populations, religious minorities, wherever they operate. So for example, in the United States, they should be working with, not always contrary to, those groups that are trying to prevent voter suppression and specifically has targeted black and brown communities. In other words, these companies need to have some other North Star other than just making money and increasing market share. Fix the problem that, in part, they helped create, but also to stand for something bigger.

Per quanto condivisibile, mi sorprende l’ingenuità di questa affermazione, in particolare che le più grosse società per azioni sul mercato cerchino una “stella polare” diversa dal “fare solo soldi”. Posizione condivisibile ma irrealistica quanto quella di sperare che sia Batman a risolver il problema dello strapotere di /big tech/.

Un altro presidente —Eisenhower— negli ultimi giorni del suo mandato (1961)1 in un celebre discorso mise in guardia il suo Paese contro il nuovo potere insorgente all’epoca, quello tecnologico-militare-industriale.
In modo molto più lucido di Obama puntava i dito sugli stessi fattori di rischio — il “disastroso aumento di potere mal riposto” e di “influenza non autorizzata” — e sui rischi derivanti per “la libertà e i processi democratici”, collegandoli direttamente al “potere del denaro”

[…] This conjunction of an immense military establishment and a large arms industry is new in the American experience. The total influence — economic, political, even spiritual — is felt in every city, every State house, every office of the Federal government. We recognize the imperative need for this development. Yet we must not fail to comprehend its grave implications. Our toil, resources and livelihood are all involved; so is the very structure of our society. […] The prospect of domination of the nation’s scholars by Federal employment, project allocations, and the power of money is ever present and is gravely to be regarded. Yet, in holding scientific research and discovery in respect, as we should, we must also be alert to the equal and opposite danger that public policy could itself become the captive of a scientific technological elite.

Obama invece distoglie la sua attenzione dalle compagnie e la dirige sugli individui: invita gli studenti di Stanford a “votare coi piedi” per spingere le compagnie a “fare la cosa giusta” e i cittadini ad essere “migliori consumatori di notizie”, ma non menziona l’enorme problema della concentrazione di potere e denaro che impedisce esattamente di fare queste cose: quella influenza totale, economica, politica e perfino spirituale di cui invece parla Eisenhower.

Esattamente la stessa postura ipocrita che carica consumatori e cittadini di responsabilità per la crisi ambientale, declinando minuziosamente i loro comportamenti più o meno ecologici o quelli che mettono a rischio la propria salute, mentre scagiona (per omissione) le macroscopiche responsabilità dei principali attori industriali, ai quali ci si può limitare di raccomandare di “guardare oltre al denaro”.

Ciao,

Alberto

1 Public Papers of the Presidents, Dwight D. Eisenhower, 1960, p. 1035- 1040