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Le app di tracciamento sono un'aringa rossa · 2020-04-25 by mmzz

La lingua inglese ha una bella espressione: “red herring”: l’aringa che cattura l’attenzione del segugio e lo distrae dalla preda. Fuor di metafora, un argomento apparentemente cogente che però distrae da altre questioni di maggiore importanza.

In questi mesi di grandi difficoltà, il soluzionismo digitale a cui ci eravamo abituati, per cui ogni inconveniente viene sciolto da una app e ogni difficoltà spianata da un apposito algoritmo, è fragorosamente caduto nel silenzio. Nulla di nuovo è apparso a salvarci, e come spesso accade quello che manca è più importante di quello che si vede, e quello che è mancato in questi tempi di contagio è il contributo delle gigantesche imprese Google, Apple, Facebook, Amazon (i “GAFA”) e tutte le altre, incluse una pletora di startup dalle quali ci eravamo abituati a trovare pronta promessa di risposta ad ogni problema.

Pur nel silenzio, dal COVID19 i giganti economici in questione si sono guadagnati una ulteriore cospicua fetta della nostra vita quotidiana: un buon numero dei già pochi resistenti rimasti con un telefono stupido hanno capitolato e comprato uno smartphone per mantenere un contatto visivo con le persone care e alimentare la propria ansia e bulimia di notizie, e tutto il nostro mondo passa ormai da un video.
Nonostante ciò, cosa hanno fatto i GAFA? Cosa hanno fatto le miracolose startup dalle quali ci aspettavamo di essere spinti in un mondo in cui l’intelligenza artificiale si sarebbe presa cura di quella umana?
Non hanno fatto nulla di più di ciò che ci si aspetta da altre grosse imprese: donato più o meno generosamente parte dei profitti, protetto i propri impiegati facendoli lavorare a casa, sostenuto alcune comunità e attivato progetti di ricerca, alcuni basati sull’impiego di dati e di algoritmi, eccetera. Ho controllato, per paura di essermi perso qualcosa, e potete farlo anche voi dalle loro pagine ufficiali su COVID:
- Google
- Apple
- Facebook
- Amazon

Solo una stella è apparsa nel buio siderale del soluzionismo digitale ai tempi del COVID, il progetto che ha finalmente ricollocato al loro posto di rango i protagonisti di ieri: la “soluzione” sono le varie forme di app di contact tracing, che promettono di farci sapere se abbiamo incrociato un contagiato. Prima fra tutte per rilevanza la partnership tra Google e Apple ed a seguire la lunga teoria di app nazionali, tutte sovranamente rispettose della privacy declinata nella lingua delle rispettive costituzioni.

Collettivamente, un branco di aringhe rosse che ci illudono che le tecnologie digitali stiano finalmente facendo qualcosa per salvarci: la “soluzione”.
Prima ancora di essere adottate, nonostante la correttezza formale dei progetti più seri, le varie forme di app sono giustamente criticate: a cominciare da chi la ha usata per primo , poi da diverse analisi tecniche , e infine da autorevoli professionisti del ramo . A quanto pare ci accingiamo a piantare i primi chiodi nella bara di una “soluzione” che morirà silenziosamente dopo una adozione modesta, ammesso che veda la luce. Infatti non tutti abboccano: un paese duramente colpito come il Belgio ha saggiamente deciso di non perder tempo a prenderla in considerazione e Israele ha già fatto marcia indietro .

Comunque vada, per il soluzionismo digitale sarà comunque un successo: se — come è probabile nonostante i sinceri sforzi dei colleghi tecnologi — l’app non mantenesse le promesse, ci saremo comunque convinti che le app vanno usate per salvare le nostre vite e ancora altri irriducibili cederanno, butteranno il telefonino stupido e comprato uno smarthpone. Vittoria!

E questa è l’aringa.
Ma cosa avremmo voluto vedere, o potuto vedere, per convincerci che il soluzionismo digitale offre qualcosa (che non siano semplici comodità) anche a chi non lo vende?

Ecco alcune notizie che avrei voluto mi stupissero da fine febbraio a questo 25 aprile, cosa che ahimè non è successa:
- Amazon, godendo della sua impareggiabile posizione di mercato, non si è limitata a frenare tempestivamente gli sciacalli più biechi e i pescecani razziatori, ma in accordo coi governi è riuscita a razionalizzare lo scambio mondiale dei beni più urgenti, in particolare respiratori, saturimetri, mascherine, reagenti e macchinari per esami PCR; ma soprattutto ha consentito di mantenerne equi i prezzi, seppure a rinunciando a sicuri e lauti profitti. In aggiunta i suoi algoritmi hanno mostrato non solo intelligenza, ma una autentica solidarietà per il genere umano, mobilitando gratuitamente la rete logistica per distribuire ciò che via via emergeva come necessario. Il cielo delle città più colpite si è oscurato di droni in servizio, risparmiando lo sfinimento e la salute dei corrieri umani.
- Apple e Google, unite a Facebook, grazie alla capillare conoscenza degli spostamenti delle persone e soprattutto per aver profilato e categorizzato i propri utenti, si sono mobilitate in una gara di solidarietà in tutto il globo per consentire a malati cronici, senza fissa dimora, persone isolate o ai tanti rimasti chiusi fuori dal proprio paese di trovare il necessario aiuto e supporto: surplus di supermercati e rifugi per i clochards; voli, hotel, alloggi e supporto consolare per gli sbandati; stock di mascherine e medicine salvavita per malati trapiantati e immundepressi; supporto domestico per i disabili.
Anche in questo caso, l’iniziativa solidale con i più bisognosi tra gli umani è venuto spontaneamente dalle intelligenze artificiali, che — mosse a sincera compassione per la sofferenza degli umani in maggior difficoltà — hanno convinto gli ostici responsabili marketing. Alcune di queste proposte, è vero, non sempre sono sempre state ben accolte, come quella della startup che voleva riempire di robot le corsie di ospedale per consentire ai familiari dei malati isolati di restare in telepresenza con i propri cari; ma altre hanno effettivamente salvato vite, salute e offerto serenità ad una umanità che ha incontrato nelle tecnologie digitali qualcosa di più del volto senza scrupoli del capitalismo della sorveglianza.
In certi casi si sono perfino sfiorate crisi politiche, come quando Twitter ha censurato gli sconsiderati suggerimenti sanitari del presidente Trump, che avrebbe altrimenti causato sicure morti .

Purtroppo questo mondo di soluzioni, quello che ci viene continuamente presentato in via ipotetica per farci accettare nuovi prodotti e futuri servizi, è rimasto nella mia fantasia. Proprio nel momento in cui si poteva legittimamente pretendere che il soluzionismo mantenesse la promessa di avere un ruolo serio nel risolvere problemi, si è improvvisamente eclissato.

Quello che resta concreto è che il soluzionismo digitale risolve piccoli problemi, a volte ne genera di grandi, promette e di solito non mantiene, ma in ogni caso genera profitti.
Le app di contact tracing non faranno eccezione, ma dopo questi duri tempi siamo abbastanza scaltri da capire quando ci viene sventolata davanti al naso un’aringa.

Lasciamola stare e chiediamo soluzioni vere a chi può offrirle: gli altri almeno a paghino le tasse.
Buon 25 aprile!