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Risposta ad Agamben -- macchine e no · 2020-04-19 by mmzz

Giorgio Agamben si pone una domanda semplicissima , ma storica e ineluttabile, che investe il nostro essere o non essere umani.

La domanda in forma sintetica è questa: “Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?”

Agamben articola il “crollo” in due parti:
1- Come abbiamo potuto accettare che degli esseri umani non soltanto morissero da soli, ma che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
Precisando la svolta storica con un riferimento mitologico nel quale è radicato il nostro senso di umanità: “cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi”. Cioè che per legge la pietas venisse bandita e, con l’evocazione delle fosse comuni, all’uomo succedesse un animale non umano.

2- Come abbiamo potuto accettare di “limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali la nostra libertà di movimento” al punto di “sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio”?

Quali sono le condizioni, si chiede Agamben, in cui smettiamo di vederci come umani per aver fatto, non fatto, o smesso di fare determinate cose? Pone gli accenti sulla storicità: un evento senza precedenti storici; sulla probabilità: rischio, possibilità del contagio; ed infine sulla responsabilità politica di tutti coloro che sono chiamati a tutelare la morale o la giustizia e che prestano silenzioso consenso senza sollevare obiezioni. La banalità del male evocata dalla “rettitudine” di Eichmann.

Credo che una parte della risposta a queste domande stia in un’altra domanda: “chi vediamo compiere i nostri atti, quando smettiamo di riconoscerci come umani?”: in questo preciso momento, nell’osservare silenziosi e attoniti le fosse comuni e le bare impilate col muletto, cosa vediamo se non vediamo più l’uomo?

In parte la risposta viene da Agamben quando si risponde e dice: “perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra”.

Questo è l’esito di un processo storico.
Dopo alcuni secoli di immersione in un mondo industriale, abbiamo nel profondo finalmente accettato di essere cose, cose che servono alla vera vita del pianeta, che non è quella naturale (qualsiasi cosa questo voglia dire) ma è di matrice industriale: siamo cose che solo attraverso altre cose industriali possono vivere. Il processo di reificazione del mondo naturale si è compiuto.
Con somma metafora industriale abbiamo trasformato questo pianeta in una astronave, /spaceship Earth/ diceva Buckminster Fuller (invitando a rispettarla, invero).
Un macchinismo, un marchingegno, un dispositivo che qualcuno, siccome può tecnicamente farlo, deve governare.
Noi ne siamo parte, e ubbidiamo ai suoi codici che descrivono, predicono e prescrivono il nostro comportamento. Come ci muoviamo, come ci muoveremo e come dovremo muoverci.
Chi o che cosa vediamo allora quei nostri atti che ci lasciano attoniti? Non più l’essere umano, l’uomo o la donna, ma una componente del sistema macchinale che questo pianeta è diventato.

Ma ci sono differenze tra persone e cose.
Una cosa non si ribella, al massimo funziona male.
Una cosa non ama, ma si riproduce.
Una cosa non mangia, ma si alimenta.
Una cosa non desidera, ma soddisfa un bisogno.
Una cosa non dubita, ma può sbagliare.
Una cosa non teme la morte, ma si preserva o se deve, si sacrifica.
Una cosa non va da qualche parte, ha solo una escursione di movimento.
Una cosa non ha libertà, solo delle tolleranze.
Una cosa non soffre, ma se le tolleranze sono sbagliate, non si adatta al contesto.
Una cosa non pensa, ma deve avere una logica.
La cosa non ha uno scopo, ha una sua funzione.
Una cosa non tenta, ha un’euristica.
Una cosa non si ammala, ma può malfunzionare.
Una cosa non muore, si smaltisce.

La nostra esperienza di persone viene sempre più descritta nei termini, con le metafore e le analogie originate dal mondo delle cose: ci raccontiamo come cose e piano piano smettiamo di essere umani.
Accettiamo di fare parte della macchina, e che la macchina faccia parte di noi.
Il nostro immaginario è dominato dalle macchine e dai sistemi macchinici di cui facciamo parte, ben descritti già da Illich e non ridotti negli anni.
Perciò accettiamo di essere distanziati per preservare la nostra integrità e accettiamo di essere di nuovo mobilitati perché il sistema produttivo lo richiede.
Non ci dobbiamo stupire se la libertà di movimento viene condizionata alle attività produttive e se il paladino della libertà di movimento ora è Confindustria.

Agamben si scaglia contro la “scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo”.
Quello che la scienza ci ha dato, come molte delle religioni, è una capacità di previsione, una intelligenza del futuro, di quello che ci accadrà, in conseguenza di ciò che abbiamo fatto.
In molte religioni, è l’alleanza con il potere che guasta questa intelligenza. E’ quando alla capacità di previsione non segue l’azione consequenziale, o segue una azione perversa.
Ad esempio S.Francesco predicava la povertà perché il Vangelo ammette alla Vita Eterna il povero e non l’avido, ma la Chiesa dei suoi tempi era avida e corrotta.
La scienza dei nostri tempi prevede da decenni il disastro ambientale e il rischio della diffusione fulminea e imparabile di epidemie in un mondo iperconnesso. Eppure l’azione politica non è consequenziale, anzi segue perversamente la direzione opposta e cerchiamo sempre la crescita.
L’azione empia è quella dominata dall’industria globalizzata che richiede un mondo iperconnesso e una scienza docile, come erano docili i papi e i curati di altri tempi (più o meno distanti)

Quali alternative?
Sarebbe consequenziale alla razionalità scientifica e alle previsioni che ne discendono riconoscere che il sistema industriale, oltre ad essere responsabile del disastro ambientale, aumenta anche i rischi sanitari, concentrando le persone e favorendo spostamenti a grande distanza.
Sarebbe consequenziale per una polis che onori la scienza, orientarsi verso una produzione sostenibile, su scala locale e equa.

Dopo i primi provvedimenti eccezionali il 24 marzo ho scritto: adesso che la politica torna sulla scena ci aspettiamo azioni politiche consequenziali alla eccezionalità del disastro ambientale.