Go to content Go to navigation Go to search

Il volto umano della globalizzazione: new sharing economy · 2010-10-08 by mmzz

Secondo una recente ricerca (New Sharing Economy) le persone che scambiano risorse elettroniche online sarebbero propense a farlo anche offline con quelle materiali, quali spazi, tempo, abiti, automobili. Questo risultato confermerebbe quanto proposto da due testi (che non ho letto): What’s Mine Is Yours: The Rise of Collaborative Consumption di Rachel Botsman e Roo Rogers e The Mesh — Why the Future of Business is Sharing, di Lisa Gansky.
Il concetto riecheggia quello di ridistribuzione delle risorse di Karl Polany (su cui avevo scritto qualcosa nel 2007). L’estendersi delle reti di comunicazione cambia non solo quantitativamente la nostra esperienza sociale, economica e politica (per cui i fenomeni coinvolgono più persone, più velocemente e a maggiore distanza), ma anche qualitativamente, cioè nella natura stessa dei rapporti.
La natura economica ma non monetaria della comunicazione digitale è la sua replicabilità e quindi in costi marginali praticamente nulli. Il valore d’uso riprende quota e si impone al valore di scambio. Questo si riflette in cambiamenti culturali e sulla capacità di vedere i vantaggi di una economia basata non esclusivamente sullo scambio monetario, ma nel dono, nel baratto, nella creazione di un pool di risorse comuni circolanti in un contesto che non è più quello del mercato ma della comunità.
Come è stato già rilevato (ad esempio da Kelty, in The cultural significance of Open Source), le radici della rete affondano nella cultura statunitense in primo luogo, e in particolare in quella del free software. Anche Elinor Ostrom (e la sua scuola) ha studiato in grande dettaglio il modo in cui le risorse condivise vengono gestite in modo sostenibile da comunità tradizionali, sul territorio.
Credo che cominciamo ad assistere a fenomeni macroscopici in cui la cultura tradizionale delle risorse condivise si incontra fertilmente con la tecnologia e con il fenomeno che Benkler (The wealth of networks) ha descritto come peer production.
La peer production e la pratica dello sharing sarebbe quindi un recupero di capacità profondamente umane e molto antiche, in cui la tecnologia globalizzata consente un potenziamento della capacità di creare, gestire in modo sostenibile e riprodurre un pool di risorse condivise.

Vi sono naturalmente dei risvolti politici e non solo economici: le comunità che gestiscono le proprie risorse condivise non usano gli stessi strumenti di regolazione degli stati che pianificano e regolano attraverso leggi e mercati. Del profondo effetto che le trasformazioni indotte dalla Rete nel nostro mondo ci renderemo conto col tempo.
Gli indizi qui raccolti indicano che la trasformazione in corso si oppone a quella della industrializzazione, tentando di superarla.
Per una volta voglio essere ottimista, e vederla come una risposta sistemica alla mercatificazione globale. Un aspetto umano della globalizzazione tecnologica.